lunedì 7 luglio 2008

Nulla vidi e nulla sacciu


Una storia italiana (di mafia)
Gli ideali che Berlusconi sbandiera sono autentici o sono solo un mezzo per accaparrarsi i voti dei cittadini disinformati?

Il titolo, ripreso dal nome dell’opuscolo inviato da Silvio Berlusconi a due milioni di famiglie durante la campagna elettorale del 2001 che racconta una fase della sua vita, rappresenta il completamento della ricostruzione degli anni passati del Cavaliere, molto meno allegri di quelli commemorati da “Una storia italiana”.
L’opuscolo parla della vita di Silvio Berlusconi, del suo lavoro come cabarettista sulle navi da crociera o degli affari familiari, ma non tratta assolutamente un periodo della sua esistenza molto delicato, che lo vede vicino ad ambienti mafiosi e della massoneria deviata, a cavallo degli anni ‘70 e ‘80. Dato che ora è diventato per la terza volta Presidente del Consiglio dei Ministri dobbiamo cercare di capire una volta per tutte chi è il famigerato Mangano e cosa ha di così pericoloso il passato di Berlusconi.
Per fare luce sulla questione ho iniziato a leggere libri, “L’odore dei soldi” primo fra tutti, articoli presi dai giornali o da internet e a seguire le vicende giudiziarie di Berlusconi.
Ciò che balza subito agli occhi di chi approfondisce certe questioni è il passato oscuro del Cavaliere. Lui, essendo un uomo politico e che ricopre incarichi pubblici, dovrebbe fare chiarezza e rispondere alle tante domande che gli sono state poste dai magistrati e alle quali si è sempre sottratto avvalendosi della facoltà di non rispondere.
Di seguito, mi limiterò a raccontare avvenimenti appurati dai giudici nel processo per concorso esterno in associazione mafiosa a Marcello Dell’Utri, e confermati dalle testimonianze del Cavaliere, dello stesso Dell’Utri e di tutte le persone che citerò più avanti.

Nel 1974, Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi e futuro fondatore e senatore di Forza Italia, si dirige in Sicilia in seguito alla richiesta del Cavaliere di assumere uno stalliere per la tenuta della sua villa di Arcore.
Nella migliore delle ipotesi si suppone che non abbia trovato nemmeno una persona in zona disposta ad accettare quel lavoro.
Dopo una breve ricerca sceglie un certo Vittorio Mangano e lo porta a casa di Berlusconi l’1 Luglio ‘74. Vediamo chi è questo “stalliere”:
Mangano è un boss mafioso della famiglia di Porta Nuova. Dal 1967, poco più che ventenne, ai primi anni ’70, è stato arrestato tre volte e condannato per assegni a vuoto, truffa, ricettazione, tentata estorsione e lesioni volontarie. Viene incaricato dal n. 1 di Cosa Nostra, Stefano Bontate, di curare gli interessi della cosca dirigendo i rapporti con gli imprenditori del Nord. E il referente con cui stringe legami fortissimi è proprio Dell’Utri, amministratore della società edile “Bresciano”e poi socio di Berlusconi.
Il boss, nel 1995, dirà ai giudici palermitani : “Io e Marcello ci siamo conosciuti fra la fine degli anni 60’e l’inizio dei 70’, quando lui gestiva la squadra di calcio della Bacigalupo”. Ma il loro primo incontro pare sia andato diversamente: I giudici di Palermo dichiarano che Marcello Dell’Utri sa tutto sul suo conto dal 1973, quando gli è stato presentato da Gaetano Cinà detto Tanino, esponente della famiglia mafiosa di Malaspina, indicato da diversi pentiti come l’uomo che ha versato a Cosa nostra, tramite le società di Berlusconi, “contributi” esorbitanti. Inoltre in un rapporto dei Carabinieri si legge :”Dell’Utri ha lasciato un impiego in banca per seguire Berlusconi e una volta qui ha chiamato Mangano, pur essendo perfettamente a conoscenza del suo poco corretto passato”.
Giunto ad Arcore, oltre che occuparsi di cavalli, Vittorio Mangano accompagna a scuola i figli del Cavaliere tutte le mattine. Presto si scopre il perché: in questo periodo i figli degli industriali sono al centro di sequestri di persona da parte della mafia, e Vittorio Mangano garantisce una certa sicurezza in materia.
Ma l’ambiente in cui si ritrova non è dei più limpidi:
Luigi Berlusconi, padre di Silvio, è direttore della Banca Rasini, indicata dai pm antimafia come la banca che ricicla il denaro dei boss nel periodo in cui Luigi la dirige. Inoltre, la capitalizzazione delle società del Cavaliere avviene in contanti, in modo tale da non lasciare tracce. Poi circa 114 miliardi di lire dell’epoca(250 milioni di euro di adesso)transitati sui conti del “Biscione”(appellativo per indicate l’impero Fininvest di Berlusconi) risultano provenire da fonti sconosciute e dirette su conti altrettanto ignoti e tra i finanziatori delle emergenti aziende televisive berlusconiane in Sicilia ci sono alcuni esponenti di Cosa nostra.
La Banca popolare di Lodi ha catalogato alcune holding Fininvest sotto il nome “negozi di parrucchiere”, per allontanare qualunque sospetto di illecito, e numerose altre sono state usate per una sola operazione. Come se non bastasse, il Cavaliere si serve di decine di prestanome, tra cui un 90enne paralitico e una casalinga, ai quali intesta le sue società. Tutte queste manovre sono state gestite dalla famiglia Previti.
Tornando a Mangano, secondo il pentito Salvatore Cancemi, lo “stalliere” ha ben altri incarichi. Infatti nel 1996 Cancemi dirà che alcuni dirigenti Fininvest pagavano alla mafia circa 200 milioni l’anno (circa 100'000 euro) tramite Dell’Utri e Mangano. Poi girerà il dito nella piaga dichiarando che:”Mangano mi spiegò che nella tenuta di Arcore furono nascosti diversi latitanti, fra cui i fratelli Grado, Giuseppe Contorno e Francesco Mafara”. Poi però Berlusconi smette di concedere la sua casa come rifugio, dopo il furto di oggetti di valore nella sua proprietà da parte dei latitanti. Racconta Gioacchino Pennino, collaboratore di giustizia:”Ricordo che commentando queste vicende lo Zarcone[boss di Cosa nostra]diceva:”Come al solito, nifacimmu canusciri e schifari”.
A chiarire meglio la “questione Mangano” ci penserà il pentito Francesco Di Carlo che dirà che, lui, Stefano Bontate(capo di Cosa nostra), Teresi, Berlusconi e Dell’Utri si sono incontrati per discutere dell’assunzione di Vittorio Mangano ad Arcore e si sono promessi “disponibilità” reciproca.
Poi, il 7 Dicembre 1974, viene rapito il principe Luigi D’Angerio ospite a casa di Berlusconi. Il sequestro per fortuna si rivela un buco nell’acqua perché i rapitori, a causa della fitta nebbia, si schiantano con l’automobile contro un albero e D’Angerio riesce a fuggire. Come presunto basista del fallito rapimento sembra essere proprio lo stalliere Vittorio Mangano. Ma le indagini terminano in un nulla di fatto.
Nel 1976 inizia a circolare tra i quotidiani locali la voce secondo la quale l’imprenditore Silvio Berlusconi dia ospitalità a un boss della mafia. A questo punto Mangano se ne va e si trasferisce nel centro di Milano, dopo aver convinto Dell’Utri e Confalonieri a lasciarlo andar via per non rovinare l’immagine del Cavaliere.
Mangano è stato poi condannato a due ergastoli per mafia, duplice omicidio e traffico di droga nel “Maxi-processo” istruito da Falcone e Borsellino e nel processo “Spatola”.
Nel frattempo, nel 1978, Silvio Berlusconi viene affiliato alla Logga deviata P2 del potentissimo “Maestro venerabile” Licio Gelli, con la tessera numero 1816.
Nel 1986 viene intercettata dalla Polizia una telefonata tra Berlusconi e Dell’Utri, che commentano così un attentato nella villa di Arcore:

Berlusconi: allora e’ Mangano…che succede se ha messo la bomba?
Dell’Utri: non mi dire, e come si sa?
Berlusconi: eh, da una serie di deduzioni…per il rispetto che si deve all’intelligenza
Dell’Utri: ah e’ fuori?
Berlusconi: si e’ fuori[dal carcere. Ma non e’ vero. Non sa che sta scontando la sua pena in prigione]
Dell’Utri: io neanche lo sapevo
Berlusconi: questa cosa qui, da come l'ho vista fatta con un chilo di polvere nera, una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto... è stata fatta soltanto verso il lato esterno. Secondo me, come un altro manderebbe una lettera o farebbe una telefonata, lui ha messo una bomba.
Dell’Utri: alla Mangano,si si
Berlusconi: un chilo di polvere nera, proprio il minimo…
Dell’Utri: Sì, sì, cioè proprio come dire mi faccio sentire, sono qui presente.Berlusconi: Sì. Uno: "ma è arrivata una raccomandata, caro dottore?" Lui ha messo una bomba.(ride)Dell’Utri: Lui non sa scrivere!(ride)Berlusconi: Su con la vita!(...) la verità ai carabinieri gli ho detto, (...) telefonata, io trenta milioni glieli davo. Scandalizzatissimi. "Come trenta milioni?! Come?! Lei non glieli deve dare, noi l'arrestiamo!" Gli dico: "Ma nooo, su', per trenta milioni!". Poi mi hanno circondato la villa, no? (...) sera siamo usciti, io e Fedele[Confalonieri] dalla macchina, paurosissimi (...).

Al telefono Berlusconi ammette di pagare il pizzo senza problemi e i due difendono chi ha piazzato la bomba nella villa di Arcore(“fatta con molto rispetto, quasi con affetto”): Mangano, secondo loro. Ma successivamente Dell’Utri chiama Berlusconi e lo informa che Tanino Cinà gli ha assicurato che l’atto terroristico non porta assolutamente la firma di Mangano, dato che è in prigione.
Poi i Carabinieri scoprono che l’attentato è opera del clan di Nitto Santapaola, che vuole “avvicinare” il Cavaliere per arrivare al Presidente del Consiglio Bettino Craxi, molto amico di Berlusconi.
Nel frattempo, Marcello Dell’Utri, assunto da Filippo Alberto Rapisarda a Milano, continua a tenere stretti rapporti con lo “stalliere”, anche dopo la sua uscita di scena e il suo passaggio dalla parte dei corleonesi, vincitori della guerra di mafia.
In una telefonata intercettata, Gaetano “Tanino” Cinà chiama da Palermo Marcello Dell’Utri per domandargli un consiglio su quale regalo fare a Berlusconi, ma a rispondere è il figlio piccolo di Dell’Utri, Marco:

Marco:Pronto, chi parla?
Tanino Cinà:Marco! Marco! Marco! Marco?
Marco:Eh!
Cinà:Ciao, come stai?
Marco:Bene
Cinà:Bene? Ma io chi sono?
Marco:Tanino!!
Cinà:Ma…come fai a indovinare sempre?Ma…ma si può sapere come fai a indovinare?

Grazie a questo episodio risulta evidente l’assidua frequentazione di mafiosi da parte di Marcello Dell’Utri, che addirittura li ha presentati al figlioletto.
In un’altra telefonata intercettata dalla magistratura, l’attuale senatore di Forza Italia (scioltasi nel Popolo delle Libertà) parla con Vittorio Mangano di un certo “cavallo”da recapitare presso un albergo ma gli dice che non ha i “piccioli” necessari e che il Cavaliere non “sura”, non è disposto a prestargli i soldi.
Salvatore Borsellino dirà che Mangano con la parola “cavallo” intende partite di droga da contrabbandare.
Lo stesso giudice, il 21/5/92, rilascia un’ intervista al giornalista francese Fabrizio Calvi, affermando che sia lui che Giovanni Falcone stanno indagando sui rapporti tra Berlusconi e Mangano. Due giorni dopo, nella strage di Capaci, muoiono Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Borsellino, dopo aver confidato ai parenti che: ”A Palermo e’ arrivato il tritolo per me”, il 19 Luglio dello stesso anno salta in aria sotto casa della madre, in via D’Amelio, insieme ai cinque uomini della scorta. E scompare l’agenda dove Borsellino segnava gli appunti delle sue indagini: la famigerata Agenda rossa.
Così, morti i due giudici, le indagini su Berlusconi-Mangano si spengono in un nulla di fatto. Si deve ricominciare da capo.
Nel processo a Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa emerge- nonostante l’ostruzionismo dell’imputato che ha addirittura, secondo la Procura di Palermo, tentato di screditare i collaboratori di giustizia, trattando con alcuni malavitosi carcerati affinchè testimoniassero contro i suoi accusatori- che il partito Forza Italia sia stato costituito per fornire a Cosa nostra un forte aggancio politico e che lo stesso Dell’Utri ha messo Berlusconi nelle mani della mafia. Nella sentenza di condanna del Tribunale i giudici scrivono: “ La pluralità dell'attività posta in essere da Dell'Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa nostra, alla quale è stata, tra l'altro offerta l'opportunità, sempre con la mediazione di Dell'Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell'economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici “. Inoltre, dice il pm Tescaroli: “possiamo affermare con assoluta certezza che il disegno criminale nel suo complesso, e del 23 Maggio 1992, si è mosso correlativamente al procedere di trattative volte a incidere sui poteri politici e istituzionali, per ottenere vantaggi per gli adepti dell’accolita”. Insomma, l’intento di Totò Riina, re indiscusso di Cosa nostra, è quello di creare un nuovo referente politico per abrogare il 41 bis(carcere duro per i boss)e l’ergastolo, ottenere la revisione dei processi ai mafiosi e altro ancora.
Prosegue Tescaroli: ”Maurizio Avola ha riferito che, negli ultimi mesi del 1992, si era svolta a Palermo una riunione dei vari rappresentanti delle “province”siciliane, nel corso della quale Riina aveva esposto il piano strategico ordito dall’organizzazione, consistente nell’instaurazione di un clima di attacco allo Stato che avrebbe consentito di togliere il vecchio sistema politico e di creare un clima favorevole per l’affermazione di un nuovo soggetto politico”.
Infatti una serie di attentati scuote la nazione e, insieme allo scoppio dello scandalo di Tangentopoli, incide sulla caduta dei due principali partiti italiani: quello Socialista e della Democrazia cristiana.
Il nuovo referente politico di Cosa Nostra tarda a nascere, nonostante i ripetuti incontri tra Dell’Utri e Mangano, testimoniati dagli appunti presi dallo stesso Dell’Utri sulla sua agenda personale. Il dirigente Fininvest Maurizio Costanzo infatti, anche lui membro della Loggia P2( tessera n. 1819) e amico dell’eroe Giovanni Falcone, spesso ospite delle sue trasmissioni, si oppone all’ingresso in politica del suo presidente Silvio Berlusconi e viene puntualmente messo a tacere dalla mafia. Il 14 Maggio 1993 in Via Ruggero Fauro, mentre Maurizio Costanzo siede in un auto con la moglie Maria De Filippi, una bomba esplode al passaggio della sua macchina. Per fortuna non ci sono vittime. Solo i due agenti della scorta privata rimangono feriti nell’attentato.
Come previsto dal piano di Riina, avviene un cambio di potere ai vertici dello Stato e gli attacchi cessano nel momento in cui sorge il nuovo referente politico: il 18 gennaio 1994 Silvio Berlusconi fonda Forza Italia e poco più tardi viene eletto Presidente del Consiglio. Quasi contemporaneamente viene annullato un attentato contro le forze dell’ordine davanti a uno stadio. Il piano prevedeva l’esplosione di una bomba che avrebbe dovuto massacrare parecchie decine di agenti.
I magistrati, e non solo, suppongono che Berlusconi sia sceso a compromessi con la mafia, firmando il cosiddetto “papello”, in cambio di voti e del “cessate il fuoco”. Il 15 Gennaio del 1993 il leggendario capitano Ultimo (vero nome: Sergio De Caprio, tenuto nascosto per motivi di sicurezza)del ROS dei Carabinieri, dopo aver arrestato Totò Riina, decide di non perquisire la casa del “boss dei boss” e addirittura la lascia incustodita per alcune ore ordinando la ritirata della pattuglia incaricata di sorvegliarla. In questo lasso di tempo i mafiosi riescono a ripulire, svuotare e riverniciare la casa di Riina. Ultimo si difenderà dicendo che voleva attendere l’arrivo di qualche altro pezzo grosso di Cosa nostra per arrestarlo, prima di dare il via alla perquisizione. Ma resta il fatto che non si è potuto scoprire in cosa consista il papello.
Più tardi, durante il governo Berlusconi, alcuni boss detenuti danno inizio a una sommossa nelle carceri, capeggiata da Leoluca Bagarella, perché “iddu pensa solo a iddu”. Tradotto in italiano: Berlusconi preferisce approvare leggi ad personam per far saltare i processi a suo carico invece di tener fede ai patti stretti con la mafia.
Durante la partita di calcio tra Palermo e Ascoli(dove è rinchiuso Riina)nel 2002, appare uno striscione con scritto: “Uniti contro il 41bis: Berlusconi dimentica la Sicilia”.
Perciò, non è difficile pensare che il referente di Cosa nostra sia proprio Forza Italia, l’attuale Popolo delle Libertà. Soprattutto se si tiene conto della sentenza di primo grado contro Dell’Utri, accusato di aver favorito l’organizzazione mafiosa garantendo: appoggi economici, essendo imprenditore, amico e socio del Cavaliere, e politici, avendo fondato Forza Italia.
Un altro motivo per cui il partito è stato fondato è che le aziende di Berlusconi contano cinque mila miliardi di lire di debiti e “se Berlusconi non fosse entrato in politica-afferma Fedele Confalonieri- saremmo sotto un ponte o in galera con l’accusa di mafia”. Quindi, occorre scendere in campo perché, parole di Berlusconi, “i nostri amici che ci aiutavano[i socialisti di Craxi] contano sempre di meno e i nostri nemici contano sempre di più”.
Arriva a rincarare la dose anche Ezio Cartotto, cofondatore di Forza Italia, che confessa alcuni particolari agli inquirenti : “Berlusconi temeva che entrando in politica potessero essergli rivolte accuse di contiguità con l’associazione mafiosa” e che, a causa del processo per concorso esterno, Dell’Utri viene additato da Berlusconi come il responsabile del calo d’immagine del partito, ma, racconta Cartotto: “Ricordo che la reazione di Marcello Dell’Utri mi stupì alquanto in quanto mi disse testualmente:”Silvio non capisce che deve ringraziarmi, perché se dovessi aprire bocca io…”.
Certo non si può dire che a Berlusconi & Co non sia andata bene: la Fininvest è l’azienda più potente d’Italia, Berlusconi è diventato per la terza volta Presidente del Consiglio e grazie ad alcune leggi-vergogna da lui approvate come la Cirami, la ex Cirielli, quelle sulle rogatorie internazionali e sulla depenalizzazione del falso in bilancio, molti processi a suo carico sono saltati per prescrizione o per cancellazione del reato (per mano dello stesso imputato, Berlusconi per l’appunto). Quello per corruzione semplice invece salterà appena avrà bandito le intercettazioni telefoniche e forse cadrà in prescrizione il processo Mills per corruzione giudiziaria grazie al provvedimento blocca-processi del suo governo.
Ma non tutto è andato per il verso giusto. Silvio Berlusconi è stato dichiarato colpevole per corruzione semplice, falsa testimonianza, falso in bilancio, tangenti a Craxi (All Iberian 1), ma prescritto grazie alla concessione delle attenuanti generiche e salvato dall’amnistia del 1989, mentre Marcello Dell’Utri è stato condannato a 9 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, a 2 anni per estorsione mafiosa e 2 anni e 3 mesi per false fatture e frode fiscale. In più, pochissimi giorni prima delle elezioni del 14 Aprile, Marcello Dell’Utri è stato accusato di aver tentato di comprare 50 mila voti degli italiani all’estero tramite la mediazione della ‘Ndrangheta. Naturalmente ai telegiornali è stato detto soltanto che un uomo vicino alla coalizione di destra avrebbe cercato di impadronirsi illegalmente di voti attraverso la mafia calabrese.
Il caso di Dell’Utri è l’unica vera falla nella corazzata messa in piedi dai forzisti. Quindi è perfettamente comprensibile che Berlusconi in un convegno del suo partito difenda a spada tratta il compagno, perché se questo venisse condannato in via definitiva potrebbe a quel punto rivelare ai magistrati tutti i misteri sul passato del leader della Casa delle Libertà e trascinarlo con se nel baratro. Quindi non c’è da stupirsi se Berlusconi, davanti a una folla ingenua che applaude, dichiari: “Vittorio Mangano non è mai stato condannato per mafia ma per fatti di pizzo”, quando invece abbiamo appena visto che è stato in prigione per scontare due ergastoli per associazione mafiosa, omicidio e traffico di droga, fino alla sua morte, avvenuta nel 2000. Non bisogna meravigliarsi nemmeno quando il Cavaliere, durante il finto confronto Berlusconi-Veltroni nella trasmissione Matrix condotta dal sedicente giornalista Enrico Mentana, dichiara addirittura che Vittorio Mangano non è mai stato condannato. Proprio oltre ogni limite. Se ci fosse stato un vero giornalista, Berlusconi sarebbe finito con le spalle al muro con una sola domanda, così come sarebbe accaduto al candidato premier del Partito Democratico, Walter Veltroni.
Ciliegina sulla torta, Marcello Dell’Utri, al termine di un’intervista con Klaus Davi, sembra mandare un chiaro messaggio alla mafia dicendo: “Mangano era un eroe”. Eroe perché? Un mafioso pluriomicida e trafficante di droga come fa ad essere un eroe? E perché Berlusconi ripete le stesse parole di Dell’Utri pochi giorni dopo? Forse Mangano era un eroe perché si rifiutò di collaborare con la giustizia? Queste parole non dovrebbero mai essere pronunciate da uomini della politica. Fare complimenti ai mafiosi reticenti è un brutto segno, qualcuno potrebbe pensare che Dell’Utri volesse indicare alla mafia chi le convenisse votare e chi apprezza l’omertà smontando ancora di più la traballante macchina della giustizia italiana.
Allora, forse, la risposta alla mia domanda “Gli ideali che Berlusconi sbandiera, libertà in testa, sono autentici o li usa solo per aggiudicarsi i voti della gente?” è che forse sta facendo i salti mortali per assicurarsi solo per se tutta questa libertà. O, visti i precedenti, magari una libertà vigilata. Meglio di niente.
Fonti: “L’Odore dei soldi”; “L’amico degli amici”;Wikipedia.











5 commenti:

E.P. ha detto...

Dovunque vado leggo solo antiberlusconismo becero e vigliacco. Premesso che NON voteri mai per il PDL (sono molto più a destra), penso che tutta questa opera di "demolizione" sia inutile e vergognosa.
Costruire piuttosto che distruggere! Purtroppo i blogger non sanno fare altro che criticare... ma per quello ci riescono tutti.

Marco Iannello ha detto...

Non sai quello che dici, non si tratta di distruggere ma scrivere ciò che si sa e metterlo a disposizione degli altri. Cosa c'entra l'antiberlusconismo col raccontare il passato di Berlusconi?Ho scritto anche un articolo su Mastella ma non mi hai detto che sono un antimastelliano, come mai?E a criticare non sono capaci tutti, prima di commentare bisogna conoscere i fatti, io li conosco e allora scrivo. C'e' molto da dire su un uomo che ha devastato il sistema giudiziaro e ha avuto rapporti con la mafia e che ora è presidente del consiglio, non trovi??? Io non faccio un "opera di demolizione", si chiama informazione e lo faccio per esercitarmi a scrivere non per infangare Berlusconi.

Marco Iannello ha detto...

Probabilmente non hai nemmeno letto l'articolo, e da bravo neo-fascista usi termini e frasi che ti sono stati incultati nella testa come : "becero, opera di demolizione, costruire piuttosto che distruggere, vigliacco". Un bel lavaggio del cervello con i fiocchi. A proposito, io non cancellerò il tuo commento, non ne cancello nessuno, voglio vedere se farai la stessa cosa con il mio sul tuo blog

Fabio ha detto...

Ciao, ti ringrazio per il commento che hai lasciato recentemente sul mio blog e spero che il tuo spazio personale possa crescere velocemente.. Ne approfitto per difenderti da un'interpretazione, a parer mio sbagliata di e.p. .
Dico che è sbagliata poichè credo di poter capire benissimo la sua condizione, visto che, per qualche anno, ho appoggiato il partito di An. Sembrerà strano, ma all'epoca credevo che rappresentasse pienamente i miei ideali di giustizia sociale e di progresso.. Invece era tutta propaganda. Ed ho commesso l'errore di non accorgermene subito.
Do' quindi ragione a Marco, poichè ho letto gli stessi libri (Mani Pulite, Se Li Conosci Li Eviti) e sono perciò ben informato di tutte le "PORCHERIE" che ha combinato Silvio Berlusconi da uomo, da premier e da presidente del Milan e di Mediaset..
Qui non si tratta di attaccare Berlusconi per quello che è, ma per quello che ha fatto..
E lui ha DISINTEGRATO questa democrazia!

Marco Iannello ha detto...

Bravissimo Fabio, nn mi importa nulla di aggredire la figura di Berlusconi, voglio solo raccontare quello che ho appreso sul suo conto, e farò lo stesso per tanti altri personaggi